L'arte affronta il Parkinson
Servizio comunicazione istituzionale
16 aprile 2025
Tra le sfide che l'invecchiamento della popolazione porta con sé c'è l'aumento dei casi di Parkinson, un tema che Salvatore Galati, Docente presso la Facoltà di scienze biomediche dell'Università della Svizzera italiana (USI) e medico neurologo presso l'Ospedale Civico di Lugano e l'istituto di Neuroscienze cliniche della Svizzera Italiana, ha affrontato in un'intervista pubblicata da La Domenica e ai microfoni del Quotidiano (RSI).
In Ticino sono circa 600 le persone colpite dal Parkinson, e si prevede un progressivo aumento dei casi: "Chi invecchia rischia maggiormente di soffrire di queste malattie degenerative e il Parkinson è la seconda dopo l'Alzheimer - ha spiegato Salvatore Galati -. Ma se è vero che il picco di incidenza di questo disturbo neurodegenerativo è attorno ai 65 anni, ci sono tuttavia anche casi che riguardano i giovani".
Proprio per questo, ha ricordato l'esperto, è importante saper riconoscere i primi sintomi della malattia, nonostante ogni paziente manifesti la patologia in modo differente: "Il Parkinson è una malattia cronica che muta nel tempo. Grazie a terapie ormai efficaci, soprattutto farmacologiche, riusciamo a mascherare molto bene i sintomi, in particolare all'inizio della cura, in quel periodo di tempo che viene definito «luna di miele». Poi la comparsa delle fluttuazioni motorie e dei movimenti involontari, cambiano il quadro della malattia che diventa nuovamente evidente. Nel decorso della malattia non ci si trova ad affrontare solo aspetti come tremore, rigidità, rallentamento motorio, ma spesso emergono anche sintomi catalogati come non motori, come la deflessione dell'umore, l'apatia, stitichezza o altri disturbi"
Per quanto concerne il controllo delle discinesie - i movimenti involontari e incontrollati che compaiono circa dopo 7-10 anni dall'insorgenza dei primi sintomi -, nel corso degli anni sono state sviluppate delle terapie farmacologiche molto efficaci. "Al momento, tuttavia, non disponiamo di farmaci in grado di rallentare la malattia, ecco perché l'anno scorso il tema della giornata dell'11 aprile era l'esercizio fisico promettente in tale ottica. Mentre quest'anno sono attività legate a musica, teatro e arte, cioè come possibili pratiche complementari nella terapia della malattia di Parkinson" ha ricordato il Docente dell'USI
Approfondendo il tema degli approcci complementari alla terapia farmacologica, Salvatore Galati ha spiegato come mai discipline come la musica o il teatro possano giovare ai malati di Parkinson: "C'è un piccolo, ma significativo, gruppo di persone affette da Parkinson che sviluppa una certa impulsività, non aggressività. In buona sostanza pensa una cosa e la fa in maniera avventata e compulsiva. Attraverso il teatro o la pittura, ad esempio, si possono veicolare questi comportamenti negativi verso una produzione creativa. Così il malato risponde diventando creativo o riscoprendo la creatività che aveva in passato. Sul piano medico, tenendo conto che questo è un argomento complesso con una vastissima letteratura scientifica, possiamo spiegare certi comportamenti con la relazione intima tra dopamina e creatività. La dopamina è il neurotrasmettitore, la molecola del cervello che con il Parkinson si riduce progressivamente, si depaupera. I farmaci tendono a ripristinare questi livelli di dopamina ma lo fanno in maniera indiscriminata, non lo fanno attraverso un controllo fisiologico come avviene in una persona sana. In questo contesto bisogna tener presente che nel nostro cervello abbiamo una serie di circuiti, che in qualche modo dettano il nostro comportamento. Ecco, un cervello creativo è un cervello che ha un equilibrio, consente per esempio di restare focalizzati su qualcosa e nello stesso tempo può riuscire a divergere da qualcosa, e gestisce l'emotività. Nel momento in cui c'è un disequilibrio, perché c'è una alterazione della dopamina legata a questo processo degenerativo, si hanno effetti anche sulla creatività. Si diventa meno produttivi. O nel momento in cui si somministrano i farmaci si possono verificare comportamenti patologici. Quello che facciamo è offrire al paziente un ambiente in grado di stimolare la creatività in maniera da spostare la bilancia verso una attitudine positiva. Fare arte e creare oggetti vuol dire limitare i comportamenti distruttivi, quelli dove non si controllano gli impulsi, e nel contempo offrire opportunità creative. Insomma, anche dal contesto sociale possono venire stimoli importanti. Stimoli che noi forniamo spingendo i pazienti a frequentare workshop, attività fisiche, atelier di danza, scultura, pittura e teatro".
Il neurologo ha inoltre ricordato l'importanza delle figure, familiari e professionali, che circondano il paziente: "Dal mio punto di vista di neurologo i familiari sono necessari così come la figura del «caregiver», l'assistente familiare. Perché a volte il paziente non riconosce subito le molteplici facce della malattia, non riconosce certi comportamenti. Invece chi gli sta vicino si accorge e io da medico devo effettuare delle scelte terapeutiche tenendo conto, oltre del quadro clinico, dell'analisi di quello che è accaduto alla persona. E questo me lo possono dire i familiari o gli assistenti".
Salvatore Galati ha concluso dicendosi fiducioso del fatto che nei prossimi anni si renderanno disponibili delle molecole capaci di ripristinare il danno creato dalla malattia.
L'intervista completa a Salvatore Galati a La Domenica è disponibile al seguente link.