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Lo IOR apre la strada per lo sviluppo clinico di una terapia contro la metastasi del cancro prostatico

Metastasi al linfonodo dovuta alla sovraespressione di CDCP1 in prostata (immagine: IOR)
Metastasi al linfonodo dovuta alla sovraespressione di CDCP1 in prostata (immagine: IOR)

Servizio comunicazione istituzionale

Un gruppo internazionale di ricercatori, guidati da Andrea Alimonti, Direttore di laboratorio all’Istituto oncologico di ricerca (IOR, affiliato all’USI) e Professore presso la Facoltà di scienze biomediche dell'USI e ETH Zürich, ha scoperto un meccanismo in grado di riconoscere le cellule tumorali responsabili del cancro alla prostata e di eliminarle in modo selettivo. Lo studio è stato pubblicato il 6 aprile scorso dalla rivista scientifica JCI Journal of Clinical Investigation.

Il contesto

Il tumore alla prostata è una delle più frequenti cause di mortalità tra gli uomini adulti, specialmente in Occidente. La terapia più utilizzata è la castrazione chirurgica o farmacologia, la quale si rivela efficace inizialmente ma, dopo un certo periodo di tempo, le cellule tumorali ricominciano a crescere in maniera più aggressiva grazie allo sviluppo di meccanismi di resistenza, nella maggior parte dei casi accompagnati anche dallo sviluppo di metastasi. Per anni i ricercatori hanno investigato i meccanismi molecolari, genetici e immunitari che potessero comportare questa ricrescita tumorale, ma come alcune cellule tumorali riescano a sfuggire alla terapia e a cominciare nuovamente a proliferare, portando anche allo sviluppo di metastasi, resta ancora un meccanismo ignoto. 

La scoperta

Lo studio condotto dal Prof. Alimonti, nel cui gruppo si sono distinti i giovani ricercatori Mariantonietta D’Ambrosio e Abdullah Alajati, è stato effettuato partendo dall’analisi di circa 1000 campioni di tumori prostatici di pazienti provenienti da tutta la Svizzera. Dall’analisi isto-patologica di questi campioni (cioè dall’analisi in laboratorio, con metodi sofisticati, delle cellule tumorali prelevate ai pazienti), i ricercatori hanno notato che i livelli di una proteina di membrana nota come CDCP1 erano aumentati soprattutto negli stadi avanzati del tumore, ossia quando il tumore sviluppava resistenza alla terapia anti-androgenica e diveniva metastatico. CDCP1 costituisce un ottimo bersaglio terapeutico dato che si tratta di una proteina espressa sulle membrane cellulari. Per questo motivo il gruppo del Prof. Alimonti, con la collaborazione dell’Università di Padova, decide di produrre un immuno-liposoma, costituito da un liposoma contenente un composto chemioterapico e la porzione di un anticorpo in grado di legare CDCP1 (i liposomi, lo ricordiamo, sono vescicole di lipidi, cioè di grassi, con dimensioni piccolissime, nell’ordine dei nanometri, ossia milionesimi di millimetro, che possono essere riempite di farmaco e “costruite” in modo da raggiungere il bersaglio desiderato); in questo modo l’immuno-liposoma è in grado di riconoscere le cellule tumorali e di ucciderle in modo selettivo. “Il passo successivo sarà ora quello di passare allo sviluppo clinico del composto”, spiega il Prof Alimonti. Molte compagnie hanno intuito che questo target potrebbe rivelarsi cruciale per bloccare la progressione del tumore della prostata e hanno sviluppato anticorpi contro CDCP1 che potrebbero essere testati in clinica in tempi ragionevoli (2- 3 anni al massimo).

Per i dettagli dello studio: www.jci.org/articles/view/131133

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